Electri(city)
Prima Parte
1.
Fa caldo. I vestiti mi si appiccicano addosso, la testa sembra sul punto di spaccarsi.. Ho sonno. Ma non voglio dormire. Voglio esplodere. Voglio che questo ribollio che sento dentro cresca fino a scoppiare. Elettrica, mi sento così. Mi sta tutto stretto. I vestiti, le mura, la pelle.. Tutto. Lui continua a parlare e io non lo sento. Sbuffo e guardo da un’altra parte “mi stai ascoltando?” “Certo” “Guardami” mi fa girare verso di lui. Mi tolgo con uno strattone. Non toccarmi. Me ne vado e lo lascio li, senza una parola. Salgo in auto e metto in moto sgasando. Schizzo via. Finestrini giù musica alta, altissima, più alta delle urla che sento dentro. Nuvole nere che scorrono rapide e si ammassano in un angolo di cielo grigio piombo. I tuoni ancora lontani. Accelero. Sto andando da Lui. Non lo chiamo. Lascio che sia l’istinto a fare tutto. Ho voglia di sciogliere la tensione, di farmi scopare, di scoparmelo. Ho voglia di baci che tolgono il respiro e di morsi e mani che stringono e graffiare la pelle e sentirmi riempita, sazia, sua. Lascio l’auto nel primo posto libero, scendo e sbatto la portiera. Prime gocce di pioggia. Corro. L’acqua a secchiate mi raggiunge prima che io arrivi al suo portone. Suono. Mi può vedere dall’obiettivo. Non dice nulla, mi apre. Salgo. Acqua addosso. I capelli sugli occhi. Lui sulla porta. Sorridiamo. Un sorriso nostro, strano. Non è allegro. E’ a metà. E’ un riconoscere quello che turbina nell’altro. Entro, le labbra incollate alle sue, le mani che cercano la sua pelle, la porta che si chiude dentro di noi. Strappami i vestiti e mangiami. Respiriamo l’uno dell’altra. Il divano, il pavimento, dove vuoi non importa. I tuoni fanno vibrare i vetri. Le immagini al ritmo della luce fredda e bianca dei lampi. La nostra pelle sudata, bagnata, incollata. I nostri odori. Lui sotto di me le sue labbra il suo respiro caldo i capelli che scivolano..lui dentro di me io che mi muovo, che lo avvolgo, lo trattengo, lo sento vibrare e mi sciolgo. Le sue braccia intorno al mio corpo. Brividi e tuoni lampi e sospiri pioggia e sussurri. Prendimi. La schiena sul pavimento, lui su di me, le gambe spalancate, lui dentro di me, fino in fondo, occhi negli occhi poi si nasconde fra i miei capelli. Sempre più a fondo, sempre più intenso. Solo più i nostri respiri, i miei gemiti.. le mie urla. Urla che tolgono il fiato come i suoi baci come la sua voce, le sue mani. Tanto lo so che come mi scopi tu non mi scopa nessuno. Tanto lo sai che non ne usciamo. Prendimi. Fammi esplodere.
2.
E’ come se tutto fosse stato raso al suolo da una bomba atomica, dentro di me. Mi risveglio e lui è li che mi guarda “non andare”. Prendo la camicetta, i miei capelli impigliati fra le sue dita, gli occhi che fuggono sulla gonna appallottolata sotto al divano. “non andare”. Cos’è, questo? Cos’è? Un ordine? Una richiesta, un’implorazione, un consiglio? Cos’è? Tanto non posso restare, lo sai. Abiti come una corazza, scivolo via. Mi riprende. Mi bacia. Mi lascia andare.Le scarpe. La borsa. Pezzi di me sparsi alla rinfusa come schegge di vetro sul pavimento: qualcuno resta sempre, incastrato negli interstizi, e te lo ritrovi conficcato nella carne a tradimento. “Non piove più” “Già” “Allora ciao” la porta si chiude e io scappo di nuovo. Una vita di fughe, la mia. Di persone lasciate indietro. E’ buio e l’asfalto è ancora lucido e l’aria sa di pioggia e di foglie. Tacchi e gocce da una grondaia battono sul selciato, rapidi. Riflessi di luci nelle pozze come piccole fiammelle tremanti, la luce vivida del display. Un ultimo saluto “E’ solo questo che vuoi?”. Non rispondo. Sono lame… Lame che trafiggono e io voglio far finta di non sentirle. Tanto torno, lo sai, lo so. In auto, di nuovo. Adesso senza fretta, se non quella di sfuggire al desiderio di restare. Ancora musica. Dolce. Note piene e calde che riempiono l’abitacolo, mi avvolgono morbidamente mi scivolano addosso e mi accarezzano. Fari nella notte sul nastro nero che scorre sotto le ruote. Labbra serrate, come a voler contenere tutto quanto. Ma le lacrime, quelle, stronze… Scendono lo stesso. Salate. Lascio uscire loro e lascio entrare la musica. Un groviglio nero e rosso proprio qui in centro al petto. Non sale e non scende. Resta li, vortica. Fa che non ci siano semafori rossi. Una sosta non me la posso permettere. Se freno i pensieri mi si ammassano tutti li, davanti agli occhi. E io poi giro. E non devo. Viaggio a bordo della mia bolla d’aria isolata in mezzo ad altre bolle. Mano che sale ad asciugare, a cacciare via la rabbia mista a mascara e polvere blu. Sono arrivata. Respiro. Spengo tutto, anche il cuore. Sono davanti al mio portone, fauci oscure che mi attendono. D’accordo. Adesso basta lottare. Per stanotte basta così.
3.
“Dove sei stata?” E’ lì, sulla poltrona, al buio. Passo oltre senza guardarlo, senza ascoltarlo. Rumore della poltrona spinta indietro, dei miei passi, dei suoi. La parete si avvicina pericolosamente al mio viso, il mio respiro contro l’intonaco, il suo contro la mia nuca. “Rispondimi”. Immobile, rigida. Chiudo gli occhi. Quel groviglio che avevo nel petto sale un po’, mi chiude la gola. E’ una lotta. Fammi male, avanti. Dammi un altro motivo per odiarti, un altro per sprofondare. Silenzio.Attimi che sembrano eterni. Stringe. Preme. Trattengo il respiro, trattengo la rabbia. Ansima. Quanto possiamo andare avanti così.. E’solo questo che vuoi, solo questo, solo questo, solo..E’ solo questione di tempo. Mi lascia i capelli, si scosta. Pochi millimetri, quanto basta. Graffio. Strisce sottili di sangue a sporcargli la piega dura delle labbra. La sorpresa e la rabbia nei suoi occhi. Anche nei miei. Respiro. Di nuovo. Non mi devi toccare. Striscio nella mia stanza. La porta fra di noi. E la cassapanca a tenerla chiusa. Via i vestiti. Mi infilo sotto la doccia, prendo aria. Ancora… La parete fredda, l’acqua calda,la lascio scorrere su di me, sui capelli dove hai respirato tu, sul viso, sul corpo. Via tutto. Scivolo giù. Mi lascio andare. Tremo. Tonfi. I suoi pugni contro la porta, il mio cuore contro le ossa. Vattene… Vattene. Sparisci. Cosa vuoi ancora? Silenzio. Shhh. E’ solo una piccola tregua. Domani ricomincerà. La sua smania di possesso mascherata da senso di protezione.Il mio bisogno della libertà che mi illudo di avere. Gli scontri silenziosi. Le fughe. Tornare perchè non posso fare altro. Non volerlo. Non voglio. Devo. Mi divora da dentro questo fuoco. Se solo lo sapessi spegnere. Se quest’acqua lo facesse, invece di alimentarlo. Se solo ci riuscissi. Morte cerebrale. O dell’anima. Qualunque cosa per riuscire a sopportare. Prima o poi tutto questo finirà.
4.
“Sei pronta?” linea interrotta, punta spezzata. Chiudo gli occhi e li riapro sulla mia maschera da bambolina riflessa nello specchio. Sorridi bambolina. Devi essere perfetta. Lui ti sta guardando. “finisco di truccarmi e arrivo” “Sbrigati, ci aspettano”. Attendo che lui si allontani. Mani che tremano, riprendere quella linea non è facile. Non è mai facile quando qualcosa si spezza. Respiro e mi dipingo il volto, gli occhi, le labbra. Una goccia del profumo che mi hai regalato tu, fra i seni. Come un tuo piccolo bacio. Ritiro tutto, metto in ordine,spengo la luce, prendo la borsa.. Movimenti rapidi per la stanza semi buia. “Era ora” mi prende per mano, lo lascio fare. Non mi importa di nulla, adesso. Non sono nemmeno qui. Non con i pensieri. “Sei bellissima, stasera” annuisco, come sempre. Smettila. Portami dove devi e facciamo in fretta. Non voglio pensare, non voglio sentire. Lo seguo. Luci fredde dei neon che ci rimbalzano addosso, la schiena contro la parete dell’ascensore. Silenzio che ci avvolge come spire di fumo. Lascio la sua mano. La riprende. Stringe. “Sorridi”. Aria densa, pesante, umida. Le porte che si aprono. Socchiudo gli occhi. Sono tutti li. Trattengo il respiro e mi butto. Se riesci a far finta che ti piaccia, farà meno male. Sorridi. Lui parla e io mi muovo come una marionetta nelle sue mani. E’ una danza di cui conosco i passi a memoria e mi trascino a compierli, sempre uguali, ritmati, stanchi. Sorridi. La sua mano stringe. Rispondo. Seguo il copione. Mi lascio guardare. Salgo in auto. Controllo il trucco. Allaccio la cintura. Macigno sul petto. Ma sorrido. Sorrido e lascio che le cose vadano come devono, le lascio scorrere sotto ai miei occhi spettatrice di me stessa
5.
Mi guardo scendere dall’auto e seguirlo dentro…Il locale è un girone infernale dove corpi si contorcono al ritmo martellante della musica troppo alta per parlare, per ascoltare…mi sobbalza qui, in mezzo. Odore di sudore, sesso, acido e alcohol si abbatte su di me, mi stordisce, mi inebria… Luci stroboscopiche regalano istantanee di sorrisi e ghigni, smorfie, lingue, occhi, labbra, seni, mani, pelle lucida…Il tuo volto. La tua schiena. I tuoi capelli. La tua giacca. No, non sei tu. E’ qualcuno che ti assomiglia.. I tuoi occhi. Stop. Sei tu, non mi sbagliavo. Tutto il resto continua a dimenarsi attorno a noi ma non lo vediamo più, non lo sentiamo più. I nostri sguardi hanno creato una camera d’aria in cui ci siamo solo noi. Non venire qui, non lo fare. C’è lui. E’ il limite che non dobbiamo passare. C’è un mondo nostro in cui io e te possiamo toccarci e c’è un mondo a parte in cui noi siamo sconosciuti. “E’ solo questo che vuoi.. ?”. E’ solo questo che voglio perchè se entrano in collisione esplodono e non ci sarà più nulla.. Nulla, lo capisci?. Non muoverti. Restiamo così. Guardiamoci. Tu mi leggi dentro, lo so. “Vado a prenderti da bere, non ti muovere” annuisco. Sorrido. Brava bambolina. Tu non ci sei più. La musica mi inghiotte, il girone si stringe sulla mia gola. Corpi su corpi su di me. “Stai bene?” la tua voce, alito caldo sul collo. Hai bevuto. Sto bene. Si. Credo. Non lo so. Posso stare bene? “Vieni con me” “Non posso” “Vieni” ti seguo. L’ammasso di carne e ossa e sangue brulicante si allontana, sempre di più. Vedo lui che mi cerca ma non mi trova. Ti seguo. Non guardo più indietro. Angolo silenzioso e tranquillo, nido ovattato che ci nasconde… “Sei pallida” “Sto bene” “Resta con me stanotte” sussurri all’orecchio, mano che mi carezza la schiena,respiri sul collo, brividi lungo il corpo. “Lo vuoi anche tu” Si, lo voglio anche io. E di colpo non mi ricordo più perchè mi torturo per non prenderlo, quello che voglio. Sorrido. Stavolta davvero. Lascio cadere la maschera e la pelle. Resto con te stanotte. Portami via.
6.
Lui è lì fuori, sta aspettando da ore. Cumulo di stracci accartocciato contro il muro davanti alla finestra, zuppo di pioggia e di esasperazione. E’ solo questo quello che voglio. “Il caffè è pronto” chiudo la tenda e mi giro, morbido abbraccio di una tua vecchia felpa in questa luce grigia che ci danza addosso nel silenzio del risveglio lento e sonnacchioso di questa domenica mattina. “E’ lì?”. Mi stringo nelle spalle e mi allungo a pancia in giù sui cuscini, la pelle abbronzata che si scopre è l’ultimo ricordo di un’estate ormai troppo lontana per sembrare reale. Aroma di caffè e di sigarette, le tue dita seguono le linee del mio corpo alla ricerca di qualcosa che non potrei darti a parole. Le conti, le cicatrici, anche quelle dentro. Le conti e le domande restano sospese nel vuoto sopra la mia nuca, non mi giro per non dover rispondere. Rincorro le linee del parquet con lo sguardo, dando l’ultimo tiro alla sigaretta. La schiaccio nel portacenere: sembra quello che faccio col mio cuore, schiacciarlo, premerlo, strizzarlo fino a farlo spegnere; butto fuori il fumo girandomi sul fianco pigramente. “Cosa pensi di fare?” Bere il mio caffè, scoparti, farmi una doccia, rivestirmi e uscire di qui, fuggire di nuovo per tornare anche se non voglio, prima che decida di superare il limite anche lui. Ma non te lo dico. Tanto è una domanda che non vuole risposta, perchè la conosci. Carezzami l’anima, adesso è come la marea che si ritira, sciaborda dolcemente ai limiti dei nostri pensieri che si fondono nei nostri sguardi… magari te la lascio qui insieme al mio odore, come le altre volte. Magari riuscirai a rimettere insieme i brandelli, ricucendoli alla bell’e meglio. Mancherà sempre qualcosa, ma possiamo ricominciare da lì, prima o poi. Prima o poi.. Già. Dammi ancora un po’ del tuo sapore, fra un sorso e l’altro di caffè. Ancora un po’ del tuo calore…
7.
“Non hai mangiato” “Non ho fame” “Non ti fa bene” Non mi fai bene tu. Non mi fa bene star chiusa qui dentro. Non lo posso sopportare e tu dovresti saperlo. Lo sai e non lo capisci, ecco cosa.. Come potresti? Non lo hai mai provato sulla tua pelle, non sai cosa si provi quando il tuo unico orizzonte è un muro di mattoni o di paure, di bugie. Manca l’aria e annaspo, dentro. Statuina di sale composta e sorridente, questo è il mio muro adesso, fra noi due. Un vulcano apparentemente addormentato, che ribolle nel profondo. Dice che mi farebbe bene sputarti addosso la mia rabbia e la paura… Dice che dovrei urlare e battere i pugni e piangere fino a sfinirmi. C’è qualcosa, lo sento qui, a metà strada fra il cervello e il cuore – atrofizzato – fra ragione e sensazioni. Lo sento nello stomaco, dietro le palpebre, in fondo alla gola..Come faccio a mangiare… C’è qualcosa. Un enorme ammasso scuro e pesante. E c’è qualcos’altro che lo sospinge indietro, mi fa soffocare pur di farmelo ingoiare di nuovo. C’è che in qualche angolino lontano dentro di me covo la consapevolezza di quanto sarebbe devastante, un’esplosione (lo ricordo.. lo so. E’ successo. E di me son rimasti solo arti tenuti insieme da carne e ossa e muscoli), sto ancora cercando i pezzi, è per questo. Non succede come nei film in cui uno rivolta la propria esistenza, distrugge, rade al suolo, combatte e poi tutti felici e contenti. Questa è la vita, c’è sempre un poi, almeno finchè avrò la forza, c’è un dopo in cui so già che mi pentirei di una reazione non calcolata, studiata nei minimi dettagli e per qualche assurdo motivo mi ostino a sopravvivere in attesa di poter vivere. Accetto i compromessi per lui. Solo questo. Lui che non può sapere nè capire, non deve. Lui che mi chiede se è solo questo quello che voglio. Grottesco. Sul serio. A volte mi vien da ridere quando lo sento parlare. Non per lui. Per la situazione. Tu urli. Abbassa la voce, mi sto ascoltando. Non ti ascolto, no, come sempre. Non ti vedo, non esisti.. Non ti sento. Galleggio mollemente, appesa, da qualche parte molto distante da te, da questo posto. Tornerò quando avrai finito, sistemerò i lembi sgualciti senza fare domande, aggiungerò un altro mattone al muro. Un mattone fatto di odio, denso.
8.
L’acqua scorre sul vetro, sotto ai miei occhi…Palpebre appesantite dai colpi e dalla stanchezza come quelle troppo truccate di una vecchia puttana sfinita. Tremo di freddo, tremo perchè sono stanca.. Tremo di rabbia perchè non voglio subire, per quel che posso. E’ un controsenso, sì. Io ho firmato la mia condanna, la mia discesa verso gli inferi, io l’ho fatto consapevolmente per poter avere Lui per quel poco che mi era possibile. Io sono l’unica colpevole e responsabile. Dovevo immaginare che sarebbe andata così, che non ti saresti accontentato. Ma è troppo comodo per te, usare questa scusa.Troppo comodo sarebbe per me lasciare che le cose vadano così. E’ che dovevo toccare il fondo e trascinarmi nella polvere e nello schifo, per capire, per rialzarmi, per reagire. Dovevo arrivare fino a qui. Era necessario. Il display si illumina e fende il buio con la sua luce azzurrognola, mi costringe a distogliere lo sguardo, mi costringe a smettere di tremare. Pochi movimenti delle dita sui tasti e Lui è di nuovo con me, con le sue parole. Un piccolo sorriso squarcia la maschera, uno vero. A volte sembra sangue fresco sulla neve… E Lui.. Lui non so come faccia, ma mi “sente” anche solo così. Lo capisce, che ho lasciato cadere un altro strato, che sta cambiando qualcosa. Non so se riesca davvero a comprendere fino in fondo, ma qualcosa lo percepisce. Lui sì. La tua ombra si muove li fuori, lo so che stai aspettando. So che vuoi impedirmelo. E tu sai che non mi avrai mai davvero, nemmeno facendo così. Non mi hai mai avuta. Mi risollevo aggrappandomi alle pareti, mi costringo a raddrizzarmi. Mi rivesto delle mie maschere, mi trucco ancora con quell’espressione da pupazzetto inconsapevole che tu vuoi vedermi addosso. Non puoi fermarmi e adesso lo so anche io. Così come so che quello strappo dentro me lo hai fatto tu e non si può ricucire, non del tutto. Però si può rattoppare e forse può andare bene lo stesso così. Qualunque cosa, qualunque strada, pur di non cedere al tuo volermi annichilire. Resto avvinghiata a quella parte di me che tu non hai ancora raggiunto e la difendo con le unghie e con i denti. Puoi colpire ancora, puoi negarmi quello che vuoi.. Ma non puoi togliermi questo. Ti sfilo accanto e ti sfuggo prima che tu possa afferrarmi. Mi lasci andare perchè credi che tornerò. Però non ne sei più tanto sicuro. Ho visto il dubbio nei tuoi occhi. E mi ha fatta sorridere.
9.
Cammino, sola, in mezzo alla strada. Il buio mi avvolge e la pioggia mi scivola addosso, i capelli incollati al viso in questo scenario da incubo. I palazzi sono scheletri vuoti. I miei fantasmi mi seguono placidi, tanto sanno che non sfuggirò loro. Le mani tremano. La prospettiva è distorta. Cammino. Barcollo. Il freddo si insinua con le sue lunghe dita sotto la stoffa, mi artiglia lo stomaco, lo strizza. Frammenti di lui che mi riafferra e spegne ogni mio sogno, ancora una volta. Frammenti di me che si sono persi da qualche parte fra le trame del tappeto, piccole stille di sangue. Lento e inesorabile.. Continuo.. Inarrestabile… Mi divora da dentro e mi uccide a piccoli sorsi…Mi strappa piccoli pezzi di carne, uno ad uno, con metodica calma. All’inizio non lo capivo.. Ora è troppo tardi. E il cielo è sempre grigio piombo e mi pesa sulla testa. Rimbombano i miei passi e i miei pensieri che frullano le ali impazzite come farfalle chiuse in una campana di vetro. Riflusso acre fra le labbra sa di sangue e vomito e odio e dolore. Trascino un passo dopo l’altro costringendomi a cercare rifugio per non soccombere.
“I stand, look in my hands
I talk with these lines
It’s not the answer
I’m crying and now I know
Looking the sky
I search an answer
So free, free to be
I’m not another liar
I just want to be myself… myself”
…Un abbraccio. E’ questo che sto cercando. Il morbido tepore delle tue braccia che mi stringono a te, del tuo respiro sulla mia testa, delle parole sussurrate quando non soltanto intuite. Leggo nei tuoi occhi la domanda inespressa, adesso che mi hai aperto la porta. E la risposta è questa, ma non c’è bisogno che te lo dica. Ne porto lo strazio dipinto in viso. Il baratro è li a un passo e io devo decidere se lasciarmi cadere nel vuoto o cercare appiglio o restare in precario equilibrio finchè il vento deciderà per me. Non so nemmeno da che lato stai, tu. Però adesso sono qui, al resto penseremo poi…
“And now the beat inside me
is a sort of a cold breeze and I’ve
never any feeling inside
around me I bring my body
carry it into another world
I know I live… but like a stone I’m falling down”
La porta si chiude alle nostre spalle e il mondo resta fuori. Le pupille dilatate non sopportano la luce. Mi metti il braccio intorno alle spalle…Chiudo gli occhi e mi aggrappo a te. Respiro il tuo odore. Lascio cadere brandelli della mia vecchia pelle, dietro di me. E’ un cambiamento lento, a cui stiamo assistendo impotenti. Non sappiamo dove ci porterà, se sia un bene. Mi sfiori come se fossi fatta di cristallo, come se avessi paura di farmi male, di rompermi. Il divano. Il cuscino rosso, quello che stringo sempre e poi ti tiro addosso quando giochiamo. La coperta. Il caffè. Il portacenere sbeccato. Il davanzale e la finestra aperta. Ho bisogno di cose che conosco per tornare indietro. Ti siedi vicino a me e mi offri rifugio sul tuo petto. Non sai perchè, ma sai che adesso è questo che mi serve. Lo sapresti anche se non fossi qui.
E tu? Tu perchè sei qui? C’è qualcosa di malato in tutto questo, qualcosa che sta li in agguato e prima o poi ci distruggerà. E’ così, che funziona, con me. Te lo avevo detto ma tu non vuoi sentire: mi fai quasi rabbia, per questo. Ma tu non ascolti. Non questo… Tu lenisci le ferite, mi culli e mi tieni con te, ostinato folle che non sei altro, ancora credi di poter cambiare le cose. Non ho più le forze nemmeno per oppormi a questo. Le mie labbra sul tuo collo, rannicchiata contro di te, ti racconto tutto. E tu, zitto, raccogli la confessione. Il tempo s’è fermato, lo senti anche tu? C’è quella strana sensazione di immobilità, di inerzia. Solo le parole continuano a fluire senza che io riesca più a fermarle insieme alle lacrime e quella che adesso stringi fra le braccia è soltanto l’ombra di me stessa, consumata e sfinita.
“Damned, looking into the sky
I can feel this rain
right now it’s falling on me
fly, I just want to fly
life is all mine
some days I cry alone,
but I know I’m not the only one
I don’t wanna die…
Please be here when I arrive, don’t die… please”
10.
Da quassù la città sembra un tappeto di luci adagiato sulla collina, fin verso il mare…Ho ancora il suo odore addosso, la sensazione della sua pelle contro la mia, il suo respiro caldo che mi accarezza l’orecchio, la sua voce che mi scivola dentro come dolce miele e colora il mio mondo in bianco e nero. Ho ancora l’immagine di lui sopra di me, al mio fianco, accanto alla finestra, sulla porta.. Con quel sorriso che non è mai un sorriso vero, eppure riesce a darmi la scossa… La sigaretta si consuma lentamente fra le mie dita … Sono un cerchiolino rosso brace nel grigio metallico dell’alba, solo questo. Il silenzio vischioso mi si incolla addosso, la brezza si infila fra i capelli e li accarezza consolatoria.. E mi consola sentirlo ancora così vivo dentro di me, lui, con i suoi occhi colmi di pensieri e domande e parole che non dirà mai e forse proprio per questo mi raggiungono dritte al cuore, lo trapassano, quando le leggo nel suo sguardo. Se non posso averlo (no, non puoi), allora voglio restare qui. Per sempre, a osservare il cielo che si fonde nel mare, a farmi scorrere la pioggia addosso, a farmi cuocere dal sole e avvolgere dal vento (potresti farlo). Voglio essere solo questo piccolo puntino rosso in cima a una terrazza sopra la città, voglio piangere fino a che gli occhi bruceranno privi di lacrime e la gola sarà troppo secca per lasciar uscire suono, fino a quando tutto questo nero dentro sarà scivolato via come mascara sciolto..Voglio lasciare fuori tutto quanto e accoccolarmi in questa sensazione di pace e di libertà fino ad addormentarmi in questo mio angolo di cielo (fallo…). Basterebbe un piccolo passo in avanti e sarei libera… Provo ad immaginare come sarebbe: mi vedo volare nel vuoto e poi … E invece ne faccio uno indietro e nel vuoto cade soltanto la sigaretta ormai cadavere. La accompagno con lo sguardo, ipnotizzata, fino a che non scompare nel nulla (sparire nel nulla.. Non è allettante?). Un altro passo indietro. Sono ancora in tempo (si, puoi sempre cambiare idea). A volte sembra l’unica cosa logica da fare, una legge della fisica a cui non ci si possa sottrarre. A volte sembra semplicemente che sia qualcosa di naturale, come camminare, respirare… Per pochi secondi il cervello si spegne e il corpo si muove da solo, nella direzione sbagliata (o è quella giusta?), a compiere un gesto che non dovrebbe nemmeno venire in mente (ma a te ha sfiorato i pensieri..). E invece eccolo li, il mio demone, il mio seme di follia che pure appare così lucido e sicuro di sè e mi sussurra suadente di superare quel confine, di lasciarmi andare.. (Hai una sola scelta). E’ quello che dice anche lui, spesso: hai una sola scelta…. (Una sola). Oh no… No. Ti sbagli, non sai quanto. Non c’è mai soltanto una scelta. Potrei.. Potrei.. (Potresti?) Un altro passo indietro. A fatica. Gli occhi fissi nel vuoto. Perchè non lo faccio? (Perchè non lo fai?) Ho promesso. (A chi, a lui?) A me stessa. (Sei stanca…) Un altro passo. (Non hai più nulla…) Indietro. (qual è il vero baratro? quello dal quale ti allontani o quello verso cui stai tornando?) Arriverò fino in fondo. (sei già sul fondo..) Non importa quando accadrà. (non hai più le forze) Posso resistere ancora. (no) Ancora un po’…
Il freddo della porta in metallo contro la schiena…
E poi torno lucida e inorridisco pensando a cosa stavo per fare, cerco di non pensare che mi aspetta altro dolore (e ti sei convinta tu a tornare).
Respiro.
La apro.
Buio.
Mi lascio inghiottire.
Seconda Parte
1.
Barcellona d’inverno assomiglia a un enorme luna park, con le luci calde dei localini nella città vecchia, quelle vivide dei centri commerciali, i suoi vicoli intricati del Barrio Gotico e la pietra scura dei palazzi, delle strade che si fanno lucide di pioggia. Torre Agbar svetta sulla città insieme alla Sagrada Familia. Antico e moderno, influenze europee e arabe si mescolano in un’armonia che è difficile trovare in altri luoghi. Il mare è lì, al fondo della Rambla: ne senti l’odore nella brezza serale, a ricordarti di lui.
Barcellona mi ha sempre dato un’impressione di asimmetria, di prospettive distorte e un po’ buie nonostante l’allegria dei suoi abitanti … Forse è la mano di Gaudì, il suo rifiuto delle linee rette, a dare alla città una connotazione diversa, dove anche le strade danno l’impressione di essere onde, i palazzi mai statici né regolari, come nei film di Burton.
Sono trascorsi due anni dall’ultima volta in cui sono stato qui, eppure mi sento come se non fossi mai partito … Cammino lentamente fra i negozietti dietro la cattedrale e osservo la vita che mi brulica attorno, mi lascio trascinare dalla folla, sballottato qua e la a respirare l’odore dei churros e della cioccolata calda che viene dai banchetti in piazza, la sigaretta quasi spenta che mi penzola fra le labbra, le mani affondate nelle tasche del giubbotto …
Quella ragazza sembra Lei, la seguo con lo sguardo, il mio cuore perde un battito, trattengo il respiro e anche se so che non è possibile prego con tutto me stesso di essermi appena svegliato da un incubo, prego che lei si giri e mi guardi inclinando il capo di lato, che sul suo volto sorga quel sorriso inconfondibile, spontaneo e radioso che la rendeva tanto bella, mi faceva tremare dentro.
Come attratto da una forza irresistibile, mi avvicino a lei. Stupido, lo so. So che non può essere Lei. Era reale il gelo della sua pelle quella mattina d’agosto, io l’ho sentito, io le son stato vicino fino a quando non è arrivato qualcuno a portarmela via, stringendola fra le braccia, inondandole il viso di lacrime. Non può essere Lei eppure ancora la cerco, la vedo comparire dietro qualche angolo, la vedo seduta al bar ad aspettarmi, davanti alla mia porta in piena notte … La chiamo.
Non è Lei. E’ una sua copia sbiadita, un’immagine sfumata e nulla più. Non è Lei, no … Le sembrerò un povero pazzo, uno dei tanti che si possono incontrare qui. Si allontana e resto solo in mezzo alla strada, a guardarmi riflesso nella vetrina del la pasticceria. Non sono diverso da prima, non per gli altri … Però la sua assenza è una crepa nel mio animo che diventa ogni giorno più estesa, fino a quando crollerò in tanti piccoli pezzi. E’ proprio perché ne sono consapevole, che ho deciso di tornare qui, di continuare a restare in piedi finchè non avrò finito quello che ho in mente; lo devo a Lei, prima di tutto.
Riprendo a camminare, a perdermi, a lasciare che Barcellona mi inghiotta, mi avvolga assieme ai ricordi di Lei, di noi, se mai c’è stato un Noi, forse a modo nostro sì …
Dicono che si è suicidata. Che si drogava, che era annoiata, che si sia semplicemente lasciata cadere giù, nel vuoto, angelo senz’ali l’hanno chiamata, l’hanno compianta e poi si sono dimenticati di lei, troppo fragile agli occhi di tutti perché potessero dubitare di quel gesto.
Tutte bugie.
Io soltanto so l’inferno che ha vissuto; me lo hanno raccontato i segni sulla sua pelle prima ancora che si decidesse a farlo lei stessa.
L’aria si fa più frizzante, il cielo più scuro, solcato da una striscia rosso cupo all’orizzonte, la bruma si colora dei riflessi arancioni delle luci della città. E’ il momento della giornata che preferivamo per noi: la frenesia quotidiana si scioglie in una calma ovattata, i suoni sono più dolci e anche il dolore più grande diventa solo un alone di malinconia che sembra cullarti … Lei si stringeva a me e affondava il viso nel mio fianco, cercando un abbraccio, senza parole, a volte stremata, a volte soltanto desiderosa di gustare quella pace improvvisa. La tenevo con me e insieme eravamo un mondo a parte. Non avevo capito quanto mi rendesse diverso averla accanto.
La stradina sfocia nella piazza, gli altri salgono io scendo, mi immergo nella folla a testa bassa, cercando di non pensare a questa sensazione di vuoto, al fatto che mi sento menomato, come se mi avessero tagliato un braccio o una gamba.
Mettere chilometri fra me e questo posto non è servito a nulla, me ne rendo conto soltanto ora.
Il respiro dello spazio più ampio davanti alla cattedrale dura poco, poi è un altro tuffo, altri vicoli, ancora più stretti, altre luci e persone in un labirinto psichedelico fino al mare … Questa era casa mia. Mi sento addosso gli sguardi di chi mi riconosce e crede di vedere un fantasma oppure di essersi sbagliato … Come un fantasma mi muovo io stesso senza ascoltare, senza rispondere ai saluti, ai richiami, alle occhiate. Non ho tempo, ora..
2.
In mezzo ad altre vetrine, questa sparisce quasi. Potresti scambiarla per quella di un locale abbandonato e più di una volta mi son chiesto se esistesse davvero, nel mondo reale. E’ una porta piccola, in legno e vetro, non chiude nemmeno bene. Oltre, l’inferno. E’ fumo e polvere e odore di vino e sudore; è sussurri ed echi e buio e visi che restano nascosti. Il pavimento scricchiola e si inclina, in alcuni punti si avvalla e sembra di camminare su una lastra che si flette sotto ai tuoi passi e anche i tavoli e le sedie e le pareti non sono mai dritti.
Ti ubriaca l’aria, l’atmosfera, ancora prima di quello che bevi. La luce è poca, quella calda delle candele alle pareti, troppo fioca per farti vedere davvero, troppo forte per farti brancolare del tutto. Abbastanza misteriosa da lasciarti il dubbio di vivere un incubo.. In fondo la paura nasce da ciò che non si può percepire ma soltanto immaginare, poi accendi la luce e ti rendi conto che era qualcosa di assolutamente innocuo.
Ma qui, così, a volte si ha l’impressione che il locale cambi sera dopo sera, che le stanze si spostino, che il soffitto si alzi o si abbassi. E’ solo illusione, è che tutto si adatta a te, al tuo umore. E adesso.. Adesso mi sembra più soffocante che mai, appena varco la porta. Più piccolo e vecchio e puzzolente …
Li in fondo c’è lui. Per anni non ha fatto altro che star seduto a quel tavolo, avvolto dal fumo grigio-bluastro della sua Gitane, il bicchiere di Sangre de Toro sempre presente davanti ai suoi occhi, stretto nella mano nodosa. El Greco, come il pittore, ha in comune con lui le origini cretesi. La pelle bruciata dal sole, incartapecorita, avvizzita e ritorta su se stessa, racconta storie e segreti fra le pieghe delle rughe, custodisce le emozioni del vecchio o forse lo ha fatto un tempo, perché lui ha visto e sentito troppa vita per esserne ancora vittima. Come sempre sembra aspettare proprio te, chiunque tu sia, che sei arrivato fin da lui; come sempre solleva i suoi occhi acquosi e stinti a frugare nei tuoi, avidamente, fino a riaccendersi degli antichi bagliori del mare intorno al quale la sua vita ha orbitato. “Hai deciso” non è una domanda la sua, no.. Perché se sono qui, è proprio per questo e lo sappiamo entrambi. Mi siedo davanti a lui e annuisco, respiro, cerco un appiglio per le mani, per i pensieri, per le parole. Ho atteso tanto e ora mi sento come se il fuoco vivo mi avvolgesse e divorasse, come se l’unico sollievo potesse darmelo ciò che lui mi dirà.
3.
E poi.. Poi sono di nuovo fuori. Sputato per strada dal locale come se qualcuno avesse azionato il rewind. Anche la notte sembra meno scura di quel posto, del mio animo. Pugni stretti nelle tasche a trattenere quelle poche parole che mi sono state elargite… E quel brandello di soluzione. Non è abbastanza. “Non lo sarà mai” è quello che mi ha detto il vecchio e so che ha ragione. So che non potrò restituire il dolore e non potrà riportarmi Lei. La vendetta avrà un sapore amaro che resterà per sempre li, sul palato, a ricordarmi la mia colpa. Almeno lui sarà a terra, schiacciato, distrutto, inerme … Ma io.. Io… Avrei dovuto farlo prima. Molto prima. Non mi perdonerò mai per questo.
L’aria sa di pioggia e di mare, di spazzatura e di morte. Cammino a testa bassa e penetro la città, i suoi vicoli, il suo silenzio … Ansioso di tornare a casa, ad ubriacarmi del suo ricordo; cercherò il suo odore fra le lenzuola, sulla felpa che indossava quando stava da me, sui cuscini… La vedrò accanto alla finestra contemplare il mondo là fuori … La guarderò come facevo allora, in silenzio io e in silenzio lei che si lasciava scivolare addosso i miei occhi. L’ultimo angolo ed ecco il portone. Poi le scale, poi la mia porta. L’appartamento è rimasto come due anni fa, immobile e cristallizzato. Avevo premuto pausa e adesso faccio ripartire la proiezione della mia vita fra queste mura, è questo che sembra.
Via la giacca, sprofondo nel divano, è un altro il play che premo ora. Nella penombra bluastra , sullo schermo compare lei, immagini che scorrono sotto ai miei occhi e mi si avvinghiano allo stomaco torcendolo fino a togliermi il respiro – la sua ombra nelle mani di quell’altro – e io mi devo violentare per continuare a guardare lui che la stringe, lui che le lacera e le svuota l’animo, lei come non l’avevo mai vista, bambola di pezza senza volontà che gli si abbandona stancamente. Sento la rabbia crescere, ribollire, divampare e poi esplodere ad ogni fotogramma in più: spettatore impotente della sua distruzione, vorrei spegnere tutto e correre da lui per restituirgli stilla dopo stilla il dolore che ha inferto, strappargli la carne a brandelli come lui ha fatto con la sua essenza, sono già in piedi, fascio di nervi, denti digrignati pugni stretti… ma poi… Qualcosa cambia, mi inchioda. Lei reagisce. Si divincola, graffia, scalcia e urla. Vedo lui, il suo sguardo, e qualcosa mi raggela, pietrificandomi li, di nuovo sul divano. E’ questo quello che cercavo ma ora non sono sicuro di volerlo vedere. Non voglio …. Vedere che lui la afferra, la blocca, la solleva di peso, la scaraventa verso la finestra… I vetri infranti, un volo nel vuoto..
E’ il vuoto che di colpo si mostra ai miei occhi in tutta la sua enorme, straziante ineluttabilità.
Straziante è l’urlo che rompe il silenzio, è lei, sono io.
Il nulla in cui il suono delle nostre voci rimbomba all’infinito.
Un solo attimo e tutto è terminato e non si può tornare indietro, non si possono cambiare le cose, non posso fare niente se non fissare impotente lo schermo tornato scuro, orbita vuota e sfrigolante.
4.
L’alba mi ha sorpreso ancora qui, su questo stesso divano. Altre volte è successo e avevo lei fra le braccia, addormentata. Adesso stringo soltanto quel dvd su cui è stato registrato il video delle sue ultime ore, il suo diario e una lettera, scritta da me. Potrei – vorrei – farne tante cose, ma è solo una quella giusta. Controllo la pistola. È carica. Ora ho tutto quello che mi serve.
Le ultime energie che mi restano mi servono per portare queste cose alla polizia, assistere alla fine di quell’essere che ci ha strappato la vita stessa, resistere finchè non sarò certo che sia tutto sistemato.
E poi…
Potrò andarmene anche io.
Sperare di rivederla….
