Stelle Senza Cielo

A volte provo ancora a crederci…

Il viaggio

1.

E’ quasi sera… Il sole pian piano sta scomparendo e sembra indugiare all’orizzonte, lasciando un’unica striscia di luce rosa fra il blu vellutato del cielo serale ed il nero profondo e quieto della terra ancora umida dopo il temporale. Sono in auto, c’è della musica in sottofondo… Che pace… Quella tranquillità sazia di chi ha vissuto una giornata piena, intensa, seppur senza grandi eventi. Quella sensazione di dolce attesa per la sera che verrà e che mi cullerà lavando via la stanchezza. L’asfalto nero e lucido si srotola veloce sotto le ruote… corro in un tunnel fatto di case e alberi e lampioni che si alternano veloci sul ciglio della strada… Buio confortante squarciato dai fari delle auto che incrocio… Finestrino abbassato, che lascia entrare un po’ d’aria fresca…Vorrei sentire l’odore del mare e la brezza che mi scompiglia i capelli..Vorrei perdere lo sguardo nel profondo blu della tua terra.

Osservo ogni minimo particolare del paesaggio… Vivo al rallentatore questi minuti… Non so se tu abbia idea di quanto sia bello il panorama… Talmente bello da far male. Un cielo così terso e dai colori tanto diversi da quelli cui sono abituato; mare cristallino, piante e case… Scorci che ogni volta mi sembrano diversi.

Stasera c’era qualcosa di più. Quella “luce” del crepuscolo, quella che una sera di tanto tempo fa – quasi mi avessi letto nei pensieri – hai detto di aver tanto amato in passato. E dopo una curva, mi trovo in alto…E sotto di me c’è la strada che si snoda fino al mare… Le luci arancioni dei lampioni e quelle bianche e rosse dei fari delle auto. E quella strada sembra finire nel mare, un mare che in quel punto è meno cupo…

C’è quel nuvolone nero sopra la montagna e sotto un pezzo frastagliato di cielo più chiaro…E’ tutto talmente bello da togliermi il respiro. Per un istante mi è parso che il tempo si fosse fermato e che stessi fluttuando nel vuoto…

2.

L’auto che corre veloce nel buio. La brace della mia sigaretta unico puntino luminoso nell’oscurità dell’abitacolo, mentre fisso la strada innanzi a me…Il telefono che suona… Sei tu. Mi hai sentito? Hai sentito che pensavo a te?

La tua voce calda, avvolgente, morbida come seta che pare accarezzarmi “Fammi compagnia, Dany” sì, ti faccio compagnia. Mentre ascolti quella canzone. Note dolci, che evocano qualcosa di ormai perso. Note che si diffondono intorno a me, a noi. Il tuo respiro, lieve, in sottofondo. Non parlo. Non ce n’è bisogno. Vorrei e non vorrei rompere questo silenzio. Vorrei chiederti come stai, vorrei sapere cosa fai. Ma non riceverei risposta, lo so già.

Mi sembra di vederti lì, seduta accanto a me, che guardi fuori dal finestrino con aria sognante, distratta. Vicina e al tempo stesso così lontana, persa in un mondo soltanto tuo al quale nessuno può accedere. E poi voltarti verso di me, quando ti senti il mio sguardo addosso. Sorridermi come faresti davanti a un obbiettivo. Tu, così bella ed eterea; tu, così distante anche quando mi guardi negli occhi, così irraggiungibile. Perché sei rinchiusa nel tuo castello e ti affacci soltanto al balcone: ti lasci guardare ma non avvicinare.

Forse mai come stanotte siamo stati uniti. Adesso che sei per me soltanto una voce all’altro capo del filo, soltanto un respiro sommesso coperto dalla musica. Silenzio denso di parole non dette. Se fossi qui cercherei la tua mano, per stringerla con dolcezza, sicuro che ricambieresti quella stretta sorridendo come solo tu sai fare, tornando a guardare fuori dal finestrino, tornando a viaggiare per conto tuo.

La canzone, lentamente, finisce.

“Buonanotte” la tua voce, un sussurro appena. Non faccio in tempo a risponderti che hai già chiuso la comunicazione…

3.

Il mio pensiero corre a te, stasera. C’è il vento leggero che profuma di mare e si intreccia fra i miei capelli, c’è tutto questo blu a perdita d’occhio, un blu che è quasi viola. E gli scogli, lì sotto, lucidi e tinti dei bagliori rossastri del sole che tramonta, enorme arancia placida si scioglie nell’acqua.

E il pianoforte… Le note che danzano e si rincorrono e mi carezzano, mi sfiorano, mi soffocano di lacrime. Ma anche il pianto è quieto, quasi dolce, confortante. E’ silenzioso, lento. Lacrime che scorrono e portano via con loro il dolore. Lasciano il cuore vuoto ma ancora gonfio.

Mi stringo nella coperta, nel suo abbraccio tiepido. Non c’è più il tuo odore. Eppure tu sei qui con me e sento il tuo tocco leggero sul mio viso. Sento il tuo cuore che batte all’impazzata come le ali di un passerotto che cerca di uscire da una gabbia.

La porta era aperta, Dany. Ma tu hai avuto paura di uscire. E io di entrare. Noi umani abbiamo sempre paura di qualcosa. E’ questo il nostro limite. Non hai voluto perder le tue certezze per star con me. Non ho voluto perdere la mia libertà per stare con te.

E ora cosa ce ne facciamo? Dimmelo, Dany, perché io non lo so. E stavolta sono io a cercare una spiegazione, anche se so che una spiegazione non esiste. E ora… Ora non ha più importanza. Nulla importa più. Ci siamo io e te. Soli. Divisi. Lontani. Non ha senso tutto questo. Vorrei riuscire ad accontentarmi pensando “A volte succede e basta. Darti una spiegazione non serve a cambiare le cose”, come ti dicevo sempre. Ma stasera no, non ci riesco, non mi convinco, non mi rassegno.

Eppure resto qui, su questa terrazza, a osservare il mare. E penso a quando viaggiavamo insieme e lo guardavamo insieme. E c’era quella luce…. Come stasera. Ricordi? Ti avevo detto di averla tanto amata in passato. Mi confortava, mi dava pace. Mi rasserenava perché pensavo che ogni giorno era destinato a finire…Così come a ricominciare, avevi concluso tu, togliendomi le parole di bocca. Ci eravamo guardati per un lungo istante sorridendo. Per un breve attimo ci siamo scoperti simili molto più di quanto si sarebbe potuto credere.

E’ stato solo un attimo. Un fotogramma, un batter di ciglia, un palpito del cuore. E poi siamo tornati ognuno al proprio ruolo. Tu così granitico, con le tue radici ben affondate nel terreno… Io così impalpabile ed inafferrabile, con la testa sempre fra le nuvole, lo sguardo perennemente rivolto al cielo. La voglia costante di spiccare il volo.

C’era questo brano, questo pianoforte che continuava a far evaporare note intorno a noi. Come stasera. E tu mi avevi stretta a te in silenzio, cullandomi. E io ti avevo lasciato fare, chiudendo gli occhi. Eravamo solo noi e per un istante ho creduto potesse andare così.

Ho preso il telefono e ti ho chiamato. “Fammi compagnia, Dany” e poi non ho parlato più. Non potevo farlo. La musica aveva cominciato già ad avvilupparsi attorno al mio cuore e alla mia gola come un’edera spinosa, spremendomi fino all’ultima lacrima. Ho chiuso gli occhi colmi di quel mare cobalto e ho ascoltato il tuo respiro affinché mi liberasse da quel giogo. E quando la musica è terminata ti ho dato la buonanotte e ho chiuso la conversazione.

Un bacio lieve, fugace, affidato al vento per te. Perché non abbiamo bisogno di altre parole. Tu sai che cosa provo e io so cosa provi tu. Chissà se hai anche sentito la mia richiesta d’aiuto, io che non ne ho mai fatte. Ma non ero io. Era la mia anima ferita e lacerata, a chiamarti. Ero io, anche, in quella forma. Riapro gli occhi ed è buio. Il sole è scomparso. Ha lasciato il posto alle stelle che mi guardano e mi circondano, piccoli fuochi nella notte. Ed è solo più silenzio rotto dal frinire dei grilli, dal mio respiro spezzato.


4.

“Io non ti amo” lo ripeteva spesso. C’era rimpianto, nella sua voce, mentre me lo diceva. C’era rassegnazione, colpevolezza, timore. C’era la voglia di ribadirlo ad ogni costo. C’era l’urgenza di innalzare una barriera fra di noi, di trincerarsi dietro quelle quattro parole prima che fosse troppo tardi. “Io non ti amo. Io non mi innamoro. Di nessuno” Come se questo bastasse a farmi sentire meglio. Eppure continuavo a volerla accanto, croce e delizia, nonostante quella frase mi facesse lo stesso effetto di una pugnalata al cuore. Eppure lei restava, accoccolata fra le mie braccia nelle sere d’inverno a guardare i film e ad ascoltare le mie giornate. L’unica traccia che restava di lei, il mattino dopo, era il suo profumo leggero fra le lenzuola. E io lo respiravo a lungo, prima di alzarmi, chiedendomi quando l’avrei rivista.

Lei tornava sempre. A volte mi attendeva sui gradini di casa, altre la trovavo al bar dove pranzavo; altre ancora mi suonava al campanello in piena notte, magari dopo una lunga passeggiata sotto la pioggia e si infilava nella mia casa e nel mio letto come se non fosse mai andata via. Aveva quell’espressione di chi è sinceramente stupito e contento di incontrarti, nonostante fosse inevitabile in situazioni del genere. Lei non mi amava, ma io si. Io la amavo più della mia stessa vita e non mi importava che si comportasse così: la amavo proprio per la sua sfrontata indipendenza, la amavo per i suoi misteri, per le sue apparizioni improvvise, il suo andar via quando non potevo accorgermene. Capivo che se avessi cercato di trattenerla sarebbe stato come catturare una farfalla ed impedirle di volar via.

Ero felice, in un certo qual senso. Più di adesso, sicuramente.

L’autostrada scorre veloce sotto le ruote e il nastro dei ricordi continua a srotolarsi sotto ai miei occhi. Ho finito la sigaretta. Sto per accenderne un’altra. Ma rivedo te che con un sorriso dolce mi baci e sussurri che non lo farai più se non smetterò di fumare. Avevo smesso. La rimetto nel pacchetto. Forse sentirò di nuovo le tue labbra sulle mie, così….

… E questo vortice di pensieri mi ha portato lontano. Il mio viaggio è diventato privo d’importanza. La tua voce ancora nelle mie orecchie, nel mio cuore, nella mia anima. Questa distanza fra noi che ci divide fisicamente ma avvicina i nostri animi molto più di quanto non accadesse prima. Mi staranno aspettando, da qualche parte, ma all’improvviso non mi interessa più arrivare. Supero l’uscita dell’autostrada a cui avrei dovuto svoltare, continuo a viaggiare nella notte. Perdendomi nel buio, i fari dell’auto che lo fendono come una cometa effimera. Ecco cosa mi fai, tu: mi togli la ragione, mi rendi libero, insofferente a tutto ciò che è prestabilito. E’ stata forse la mia incapacità di liberarmi delle catene della vita quotidiana a farti allontanare da me? Hai avuto paura di finir trascinata in un vortice di convenzioni ed abitudini che hai sempre rifiutato… O forse in fondo non c’è un perchè.

Me lo dicevi sempre, che non capivi la necessità di dare una spiegazione razionale ad ogni cosa “A volte succede e basta. Darti una spiegazione non serve a cambiare le cose” me lo dicevi sorridendo stupita delle mie domande, a volte quasi infastidita, annoiata. Non finisco mai di stupirmi di ciò che scopro di te, giorno per giorno, anche adesso che siamo così lontani. Non posso descriverti, non posso definirti, non posso delineare la tua personalità: sei come un prisma che cattura e riflette i raggi di luce sempre diversi che lo carezzano. Eppure quel prisma ha una luce propria, appena intuibile a volte, altre fortemente presente, una luce diversa, unica, inconfondibile. Una luce che ora sto cercando di raggiungere nonostante tutte le promesse fatte. Viaggio con te che mi giri in testa e ti aggrappi al mio cuore.

Viaggio fino al mare.